Alessandra Cerioli, presidente LILA (Lega Italiana Lotta Aids)

La riduzione del danno è una cosa seria. Lo è stata negli anni Ottanta e Novanta, quando è servita ad arginare la trasmissione dell'Hiv tra i consumatori di sostanze per via iniettiva, ad impedire migliaia di overdose, a riammettere le persone tossicodipendenti nel vivere civile. Lo è oggi, di fronte a Paesi che non la ammettono. Non è stato un caso che l'ultima Conferenza mondiale sull'Aids si sia riunita al confine dell'Europa occidentale, a Vienna, giusto di fronte all'Est e all'Asia centrale, non è un caso neppure che paesi come l'Ucraina la stiano finalmente introducendo nei propri ordinamenti.

La riduzione del danno è una questione di diritti umani. La sua efficacia non è in discussione ed esiste una letteratura sterminata a dimostrarlo, non bastasse la realtà che sta sotto gli occhi di tutti. Non è una politica di “destra” o di “sinistra”, è una politica sociosanitaria di prevenzione raccomandata da tutte le agenzie internazionali, molte delle quali sono agenzie dell'Onu. E proprio all'Onu, nel prossimo Meeting di Alto livello di New York, dedicato all'Aids (UNGASS), l'Italia intende metterne in discussione la definizione.

Il Dipartimento Antidroga della Presidenza del Consiglio ha risposto alle associazioni che hanno denunciato tale volontà che non ha intenzione di abbandonare la linea dello scambio di siringhe e della somministrazione di terapie di mantenimento: si tratterebbe solo di “una questione lessicale". Se per il DPA i contenuti non sono un problema, resta allora da capire perché lo sia la loro definizione: normalmente utilizzata, in quanto termine specifico, in tutti i documenti di indirizzo, siano questi politici o scientifici; e perché ormai da anni, in tutte le sedi possibili, il DPA chieda che la riduzione del danno venga sostituita con “riduzione dei rischi”, che è una denominazione generica e ormai abbandonata quando si tratta del consumo di sostanze.

Ci preoccupa il segnale che inevitabilmente tale posizione oltranzista potrebbe produrre. L'estensione a livello globale della riduzione del danno, che già incontra tanti ostacoli, non può che essere compromessa dalla messa in discussione della propria definizione. L'insistere, da parte del nostro governo, in tale irremovibile richiesta, non significa, nelle sedi internazionali, stare dalla parte di qualcuno, ma scontrarsi con una fitta schiera di nazioni e agenzie, e ciò accade in un momento in cui l'Italia certo non brilla in campo diplomatico. Spesso assente nei grandi appuntamenti internazionali di lotta all'Aids (a Vienna l'Italia non c'era), latitante nelle sedi in cui si decidono le politiche europee, il nostro governo continua a tacere sulle promesse fatte e mai mantenute al Fondo Globale di lotta a Aids, Tubercolosi e Malaria. Ci chiediamo perché e come, in questo contesto, debba diventare prioritaria una “questione lessicale” che può provocare conflitti certo al momento non auspicabili, di fronte a un'emergenza planetaria che provoca morte e sofferenza in decine di Paesi, invasi dall'eroina afghana: dove si reagisce incarcerando i tossicodipendenti e negando loro ogni assistenza sanitaria. Una situazione di questa gravità  richiede non grette e unilaterali battaglie di retroguardia, ma l'affermazione forte e coesa della necessità di politiche globali di tutela dei diritti umani e di salvaguardia della salute pubblica.

Ci auguriamo che questa possa essere la prima preoccupazione del nostro governo al prossimo Meeting ONU di New York, e non altro.